Visioni d'Argentina #2 Buenos Aires
Aggiornamento: 3 giu

Buenos Aires non si può raccontare, bisogna sentirla, danzarla. Come una milonga che inizia con passo esitante, si avvolge alla vita e non ti lascia più.
Questo itinerario l'ho vissuto tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio del 2026: non ha titoli, non ha sezioni, non ha confini. Viene da sé come un unico passo di danza che respira, inciampa, si rialza, si commuove. Proprio come la città.
Non ero solo.
Camminavo con la mia compagna, sua madre, i suoi parenti di Argentina: cugini, procugini, amiche che sembravano non aspettassero altro che abbracciarsi dopo 50 anni, dodicimila chilometri, un oceano che si chiama Atlantico.
Partiamo da Caminito.
Qui il colore degli edifici non è un vezzo ma un atto di resistenza. Le case di lamiera, dipinte come giocattoli dimenticati, sembrano voler trattenere la gioia in un luogo che ha conosciuto la fame, la nostalgia, l’emigrazione. Il vento porta l’odore del fiume e della carne alla brace, e nei vicoli della Boca, tra murales giganteschi e bandiere consumate, Diego Armando Maradona non è un ricordo: è un battito.
Per gioco, nel Café Filiberto, ho preso a cantare a squarcia gola: “O mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazón? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, uè paisà innamorato son!”. I camerieri mi hanno abbracciato, avevano gli occhi gonfi di lacrime.

A qualche isolato dal Cafè sorge la Bombonera, lo stadio del Boca Junior dove Diego vinse il campionato metropolitano nel 1981. Il suo volto appare ovunque, come un "santo" che veglia sul barrio. Camminare qui è come entrare in un cuore che non ha mai smesso di battere, anche quando tutto sembrava perduto.

La città cambia ritmo continuamente, come un’orchestra che passa da un bandoneón a un ensemble di archi. Buenos Aires è la città al mondo col maggior numero di librerie pro capite, un arcipelago di carta che profuma di inchiostro e legno. Nella Recoleta, un quartiere che in alcuni tratti ricorda scorci di Parigi, entriamo in El Ateneo Grand Splendid, un antico teatro trasformato in libreria.
Qui ci sembra di assistere a uno spettacolo silenzioso: i palchi diventano nicchie di lettura, il sipario nasconde romanzi, il soffitto in stile Belle Époque sembra vegliare sui lettori come un cielo privato. La letteratura non è un passatempo: è un modo di abitare il tempo, di sopravvivere, di ricordare. Ci sediamo. Ordiniamo un caffè al bistrot che vive sul palcoscenico. Un ragazzo comincia a suonare Chopin al pianoforte sotto l’enorme murales di Mercedes Costal ispirato al “Giardino delle delizie” di Hieronymus Bosch. Non vogliamo andare più via.

A pochi isolati, il cimitero della Recoleta si apre come una città parallela.
Mausolei che sembrano piccoli palazzi, angeli che osservano il cielo, silenzi che parlano più delle parole. E in mezzo a tutto, il Centro Cultural Recoleta, un’oasi dove ragazzi di tutto il mondo studiano in cortili acciottolati, anche all'ombra del gomero più grande di Buenos Aires, un albero monumentale che allarga le sue radici come braccia antiche. Un patriarca. A pochi metri Manuel Fangio mi saluta, divertito, davanti all'ingresso del leggendario Café La Biela.

A poco più di un chilometro, in Plaza de Mayo, un monumento di pietre grige ricorda le vittime del Covid. A terra, i foulard bianchi (pañuelo) delle Madri di Plaza de Mayo, parlano ancora. È un dolore composto, che non chiede nulla se non di essere guardato.
Di fronte, la Casa Rosada osserva immobile, come se custodisse tutte le storie che il paese non ha ancora finito di raccontare.
Seguiamo il cambio della guardia alla vicina Catedral che conserva i resti del Generale San Martin e dove un certo Jorge Mario Bergoglio diceva messa tra il 1998 e il 2013.

Alla fine giungiamo a Corrientes, l’avenida che non dorme mai.
Qui la metropoli sembra voler parlare a New York: cinema, teatri, ristoranti svegli fino all’alba, librerie che resistono come candele nella notte.
Camminare su Corrientes è come entrare in un romanzo di Soriano: tutto è possibile, tutto è imminente. E se ti senti perso puoi sempre entrare al El Gato Negro con le sue spezie o regalarti uno dei doni più semplici e perfetti: il gelato. A Buenos Aires il gelato è una religione, eredità degli immigrati italiani, è denso, cremoso, quasi masticabile. Abbiamo provato quello della “Heladeria Cadore” - secondo National Geographic tra le 10 migliori gelaterie al mondo -, sembrava non sciogliersi mai, volerci accompagnare nel cammino, consolarci senza chiedere nulla in cambio.

Il giorno dopo a Puerto Madero, verso il fiume, la città pareva allungarsi come una promessa di modernità. I grattacieli si specchiavano nell’acqua, il Puente de la Mujer di Calatrava disegnava una curva bianca, un passo di danza sospeso nel tempo.
Abbiamo fatto una passeggiata lungo il porto a prima mattina. Il vento del Río de la Plata, come un balsamo d’argento, portava un odore d’acqua e metallo che ripuliva la mente. Non potevamo non fare un salto a Parque Colon per cercare la statua di Cristoforo Colombo e la vista di nonna Damiana appena giunta in Argentina nell’aprile del 1948. Emozioni a fior di pelle. Ma la statua di Colombo non c'era più.

A San Telmo il mercato profuma di spezie, cuoio e passato. Le sue strade acciottolate raccontano storie di immigrati, di tanghi improvvisati, di domeniche piene di musica e artigiani. È un quartiere che non si visita: si ascolta. Ogni pietra ha una storia da raccontare, ogni finestra un segreto da custodire. Abbiamo mangiato empanadas senza fine, choripàn (panini con salsicce di maiale arrostite), dulce de leche.
Il giorno dopo, le anime di Palermo, coi suoi parchi giganteschi, i platani e gli eucalipti che riempiono il cielo come cattedrali verdi. Palermo è un quartiere che respira: caffè, biciclette, piazze, giovani che studiano all’aperto, famiglie che passeggiano lente. Un luogo dove la città sembra ricordarsi di essere viva ma con gusto, il tempo rallenta e la luce si fa più morbida. Qui ogni cosa sembra diventare intima, quasi domestica, come una melodia che conosci da sempre, che non sai quando hai imparato.

Una metropoli di sedici milioni di abitanti che convivono, si sfiorano, si intrecciano, non può non avere un traffico asfissiante: clacson, arterie intasate, un caos che non si scusa mai. Una multietnicità che non ha paura di essere contraddittoria, che accoglie e respinge, che abbraccia e ferisce, che ti lascia senza fiato e che d'improvviso ti regala un sorriso inatteso.
A nord, il delta del Tigre è un altro mondo.
Case su palafitte, fiumi che diventano strade, barche che fanno da autobus. È la Buenos Aires che si allontana dal rumore e torna acqua, legno, silenzio. Un luogo dove il tempo sembra scorrere più lentamente, come se il fiume avesse il potere di sospendere tutto. È qui che è nato il tango.

Alla fine eccola, quasi dimenticata, la statua di Cristoforo Colombo.
L'hanno piazzata difronte all’Aeroparque, l’aeroporto Jorge Newbery, fatta emigrare indegnamente dal suo posto storico. Ora guarda il Río de la Plata come un esule che non sa più da dove viene né dove andare. Un simbolo per una città costruita da chi è arrivato da lontano e ha dovuto reinventarsi.

Davvero, questa città non la puoi visitare, la devi sentire. Ti entra nelle scarpe, negli occhi, nel respiro. Ti accompagna come un violino malinconico che non finisce mai. Quando te ne vai, continua a camminarti accanto, come un’ombra fedele, come una musica che non finisce. Come le parole di Jorge Luis Borges che ha reso Buenos Aires immortale:
"Che sarà Buenos Aires?
È la piazza di Maggio alla quale tornarono dopo aver guerreggiato nel continente, uomini stanchi e felici.
È il crescente labirinto di luci che scorgiamo dall'aeroplano e sotto il quale sono la terrazza, il marciapiede, l'ultimo cortile, le cose quiete.
È il muro della Recoleta contro il quale morì fucilato uno dei miei antenati.
È un grande albero di via Junin che, senza saperlo ci dà ombra e fresco.
È una lunga strada di case basse, persa e trasfigurata nel tramonto.
E la darsena Sud dalla quale salpavano il Saturno e il Cosmos.
E il marciapiede di Quintana dove mio padre, che era stato cieco, pianse, perché vedeva le antiche stelle.
È una porta con un numero dietro la quale, nelle tenebre, passai dieci e dieci notti immobile.
È il cavaliere di pesante metallo che getta dall'alto la sua serie ciclica di ombre.
È lo stesso cavaliere sotto la pioggia.
È un cantone di via Perù, dove Julio César Dabove ci disse che il peccato più grande che possa commettere un uomo è generare un figlio e condannarlo a questa vita terribile.
È Elvira de Alvear, che scrive in accurati quaderni un lungo romanzo che è al principio fatto di parole e alla fine di vaghi segni indecifrabili.
È la mano di Norah, che traccia il volto di un'amica che è anche quello di un angelo.
È una spada che ha servito nelle guerre e che è meno un'arma che una memoria.
È un'insegna scolorita o un dagherrotipo sbiadito, cose che appartengono al tempo.
È il giorno in cui lasciammo una donna e il giorno in cui una donna ci lasciò.
È quell'arco di via Bolivar dal quale si vede la Biblioteca.
È la sala della Biblioteca nella quale scoprimmo, intorno al 1957, la lingua dei rudi sassoni, la lingua del coraggio e della tristezza.
È la stanza accanto, nella quale morì Paul Groussac.
È l'ultimo specchio che rifletté il volto di mio padre.
È il volto di Cristo che vidi nella polvere, disfatto a colpi di martello, in una navata della Pietà.
È un'alta casa del Sud nella quale mia moglie e io traducemmo Whitman, la cui grande eco potesse almeno risonare in questa pagina.
È Lugones, che guarda dal finestrino del treno le forme che si perdono e pensa che non l'opprime più il dovere di tradurle per sempre in parole, perchè quel viaggio sarà l'ultimo.
È nella disinibita notte, un cantone dell'Once dove Macedonio Fernandez, ora morto, continua a spiegarmi che la morte è un inganno.
Non voglio seguitare; queste cose sono troppo individuali, sono troppo quello che sono, per essere anche Buenos Aires.
Buenos Aires è l’altra strada, quella che non ho calpestata, è il centro segreto degli isolati, dei cortili estremi, è ciò che le facciate nascondono, è il mio nemico, se ne ho uno, è la persona cui danno fastidio i miei versi (dan fastidio anche a me), è la modesta libreria nella quale forse siamo entrati e che abbiamo dimenticato; è il brano della milonga fischiato che non riconosciamo e che ci commuove, è quanto s'è perduto e quanto sarà, è il successivo, l'altrui, ciò che è posto di lato, il quartiere che non è tuo né mio, quanto ignoriamo e amiamo".




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