Ma che caldo fa? La crisi climatica: una crisi di senso.
- Alfredo DE GIOVANNI
- 22 ore fa
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Aggiornamento: 17 minuti fa

Nel bel mezzo della quarta ondata di calore dell’estate 2026 fissiamo le mappe climatiche da quaranta gradi di temperatura.
Serve ancora essere bombardati da modelli matematici del caldo che verrà? Da grafici della CO2? Da proiezioni sul crollo dell’AMOC?
Se la smettessimo di riempire le persone con dati scientifici?
Forse non serve più.
Del resto, sappiamo già tutto.
Sappiamo dei ghiacciai che si sciolgono, delle temperature record, della desertificazione, degli incendi, della mancanza d’acqua, delle isole di calore.
Non serve.
Anche perché davanti a questa montagna di prove, di modelli, di mappe la reazione di massa non è la rivoluzione.
È l'immobilità, la paralisi.
Dilaga un cinismo freddo che sussurra:
"Ormai è troppo tardi. Siamo spacciati. Tanto decidono i poteri forti”.
Ogni giorno leggiamo sui social: “Meritiamo l’estinzione”, “Ma io cosa posso fare?”, “Tanto la Cina e l’India inquinano più di noi”, “Godiamoci la vita finché dura”.
Un cinismo che sa di realismo, disfattismo, rassegnazione.
Un atteggiamento che mi piace chiamare col suo vero nome: nichilismo.
Qualcosa che la psicoanalisi, oltre 100 anni fa, ha identificato come “thanatos” o pulsione di morte. Una pulsione che sembra aver preso il controllo del nostro cervello, non di qualche individuo, di intere comunità.
Quel nichilismo che ci fa preferire il vuoto di un consumo, al peso della cura, della responsabilità.
Un nichilismo che si maschera di razionalità attraverso atteggiamenti psicologici precisi, come quello del catastrofista compiaciuto: per lui, dichiarare il fallimento in anticipo, solleva da qualsiasi responsabilità.
Un vero meccanismo di difesa: “Ormai è troppo tardi”, “Siamo al punto di non ritorno”, “Il clima è sempre cambiato”. Un bell’alibi: se sono spacciato, posso continuare a consumare senza senso di colpa, così la pulsione di morte si traveste di “accettazione della realtà”.
C’è il cinico individualista: “Dopo di me il diluvio”, "Tanto si deve pur morire di qualcosa”.
Un atto di anestesia totale dell’empatia. Il cinico si dissocia dal futuro dei propri simili, delle generazioni successive. Nei casi migliori l'ironia e il sarcasmo diventano uno scudo per non sentire il dolore dell'eco-ansia, preferendo il vuoto del consumo immediato.
E ancora, l’impotente delega-tutto: “Finché non cambiano i governi e la Cina, io non faccio nulla", "Comandano le lobby, siamo solo pedine". In questo caso la trappola psicologica è la negazione dell'efficacia personale: l’impotente si percepisce come oggetto passivo della storia - mai come soggetto –, e finisce per cedere volentieri il suo potere pur di non fare lo sforzo di cambiare.
Sono abbastanza convinto che la divulgazione scientifica attuale stia contribuendo ad alimentare questi atteggiamenti psicologici soffiando su paura e nichilismo, pur senza volerlo.
Che fare?
Come rispondere ai tanti ragazzi che nel corso delle divulgazioni a scuola mi domandano: “Come posso essere utile?”.
Prima di sciorinare i consigli da manuale di ecologia che, in ogni caso, troverete alla fine di questo articolo, vi prego di seguirmi in un’analisi che prova ad andare oltre la superficie.
A mio avviso, oggi, la divulgazione scientifica necessita di contributi psicologici e filosofici.
Non basta più raccontare cosa sta succedendo.
Non basta più spiegare il perché o le cause.
Non basta più raccontare cosa dobbiamo fare per cambiare rotta.
Serve raccontare in che modo si cambia.
Serve indicare le strategie, le leve, le emozioni necessarie a contrastare il nichilismo, risvegliare l’istinto di sopravvivenza per spezzare la routine fossile.
Dobbiamo raccontare come si batte la pulsione di morte, come si esalta l’eros di massa, la pulsione di vita collettiva. Anche perché questo nichilismo, questa rassegnazione non è spontanea.
È un prodotto di marketing.
Eh sì, perché le grandi lobby del petrolio hanno capito che negare la scienza non funziona più.
Hanno cambiato strategia.
Oggi finanziano il doomerismo (leggi catastrofismo compiaciuto), la nuova forma di propaganda.
Vogliono convincerci che siamo impotenti, che una goccia nel mare non conta nulla, che la transizione è impossibile.
Perché?
Perché un cittadino spaventato e rassegnato è un cittadino che continua a consumare, a non protestare, a delegare la propria vita allo status quo.
Il cinismo è la forma più alta di sottomissione al “Sistema fossile”.
Ma come si batte la pulsione di morte?
L'istinto di sopravvivenza biologico si attiva solo quando la casa va a fuoco, ma per una minaccia invisibile come la crisi climatica, serve una sopravvivenza psicologica.
Non ci si salva con la paura, ci si salva con il senso.
E qui mi rivolgo soprattutto ai comunicatori, ai divulgatori scientifici.
Non possiamo più trattare la crisi climatica solo come un problema di geologia, ingegneria o economia, dimenticando che è, prima di tutto, una crisi di senso.
Quando il pericolo è astratto (come la CO2 nell'aria), l'istinto di sopravvivenza biologico resta dormiente, e la pulsione di morte – camuffata da cinismo o realismo – prende il sopravvento, alimentata da chi guadagna dallo status quo.
La divulgazione scientifica, da sola, ha raggiunto il suo limite: accumulare e rappresentare dati senza offrire una via d'uscita psicologica non fa altro che alimentare il nichilismo e la paralisi.
Le persone non cambiano per un grafico della CO2 o una mappa della temperatura, cambiano per una crisi di senso o per un faro di speranza.
Per sconfiggere il nichilismo e disinnescare la pulsione di morte, la psicologia clinica e la filosofia non cercano di cancellare il dolore o la paura, ma puntano a riconvertire quella sofferenza in significato e azione.
Quando le persone smettono di chiedersi "Perché sta succedendo a me?" e iniziano a chiedersi: "Cosa posso fare con ciò che ho?", il nichilismo evapora.
Lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto a quattro campi di concentramento nazisti, fondò la sua logoterapia su un principio cardine: la motivazione primaria dell'essere umano è la ricerca di significato. Anche nelle condizioni più disumane, chi trovava un senso (un compito da finire, una persona da riabbracciare, una causa da difendere) attivava una resistenza biologica e psicologica straordinaria.
L'ACT (Acceptance and Commitment Therapy sviluppata da Steven Hayes) è una psicoterapia moderna di terza generazione che invece di combattere l'eco-ansia, la tristezza o il senso di impotenza, insegna ad accettare queste emozioni come prova che teniamo al mondo, focalizzandosi sull'impegno (commitment) verso azioni guidate dai propri valori profondi.
Un po' come fa Joanna Macy, attivista e studiosa: il nichilismo climatico nasce dalla rimozione del dolore. Per questo, è necessario operare la gratitudine, onorare il dolore per il mondo, vedere con occhi nuovi e andare avanti.
Mi viene in mente il suggerimento che Albert Camus regala nel finale del suo celebre saggio Il mito di Sisifo. Camus definisce "Assurdo" la spaccatura profonda tra il disperato bisogno di senso dell'essere umano e il silenzio irresponsabile dell'universo. Sisifo è condannato dagli dei a spingere un enorme masso fino alla cima di una montagna, solo per vederlo rotolare di nuovo a valle, per l'eternità.
La nostra situazione attuale assomiglia drammaticamente a questo mito.
Spingiamo il masso della raccolta differenziata o della riduzione dei consumi, mentre i potenti della terra decidono di estrarre ancora petrolio, facendo rotolare il masso a valle. Davanti a questo spettacolo, il nichilista cede alla tentazione del "suicidio filosofico": dichiara che tutto è inutile, abbandona il masso e si siede a guardare la fine del mondo.
Ma è proprio qui che Camus compie il suo capolavoro filosofico. "Bisogna immaginare Sisifo felice", scrive. La felicità e la dignità di Sisifo non stanno nel raggiungere la cima, ma nell'atto stesso di spingere.
La vera vittoria è non farsi spezzare l'anima dalla condanna.
Nel saggio successivo, L'uomo in rivolta, Camus fa un passo oltre l'individualismo: la rivolta non è un capriccio egoistico, ma un atto di solidarietà universale. Quando diciamo "No" a un'ingiustizia, stiamo difendendo una parte di umanità che appartiene a tutti. Camus trasforma il Cogito di Cartesio in un manifesto collettivo: "Mi rivolto, dunque siamo".
La transizione ecologica non è un calcolo matematico sulle tonnellate di CO2 da tagliare; è un atto di rivolta camusiana. Cambiare le nostre abitudini quotidiane – rifiutare la plastica, ridurre la carne, boicottare il fossile – è l'atto punk per eccellenza. È il modo in cui diciamo alle grandi lobby: "Potete anche possedere i governi, ma non possedete le mie scelte quotidiane. Io non sarò vostro complice".
La rivolta è l'Eros di massa che si risveglia.
Il nostro stile di vita può diventare un atto di ribellione: ridurre la carne, spegnere i consumi inutili, lasciare l'auto non sono "rinunce da ecologisti sfigati". Sono atti punk. Significa dire alle multinazionali: "Oggi i miei soldi non li avrete. Il mio futuro non lo comprate".
Serve curare la mente con l'azione: piantare un albero, unirsi a un'associazione, cambiare un'abitudine non serve solo a togliere anidride carbonica dall'aria. Serve a guarire se stessi. Il gesto concreto è l'unico ansiolitico naturale contro il vuoto del futuro.
Siamo l'anello di una catena, non siamo monadi isolate. Siamo custodi di una catena biologica millenaria. Cambiare abitudini non è un dovere astratto verso il pianeta (la Terra sopravvivrà comunque), ma un atto d'amore viscerale verso chi verrà dopo di noi. È la promessa che la vita continuerà a scorrere.
Penso spesso al Giappone, alla sua cultura, a ciò che ho visto durante un viaggio di qualche anno fa.
Forse è in quella terra il laboratorio filosofico ed emotivo più straordinario del pianeta per comprendere come l'Eros di massa (la pulsione di vita collettiva) possa trionfare sulle macerie.
I giapponesi sono geograficamente e storicamente condannati alla precarietà da terremoti, tsunami ed esplosioni atomiche. Ma il popolo giapponese ha sviluppato una vera e propria ingegneria della rinascita, codificata nella sua letteratura e nella sua estetica.
Penso al Kintsugi (riparare con l'oro): la celebre arte di aggiustare le ceramiche infrante saldando i frammenti con lacca urushi e polvere d'oro. L'oggetto riparato non nasconde le sue crepe: le esibisce come un punto di forza e di bellezza. Psicologicamente, il Kintsugi è l'antidoto al doomerismo: insegna che una comunità ferita da un terremoto o dalla crisi climatica non è "da buttare", ma può rinascere più preziosa e resiliente di prima.
Penso al Mono no Aware (la malinconia delle cose): la consapevolezza profonda della transitorietà di tutto ciò che esiste. Non è rassegnazione nichilista, ma l'esatto contrario: proprio perché la vita è effimera (come la fioritura dei ciliegi, i sakura), ogni istante acquista un valore immenso: se il futuro è precario, il dovere di proteggere la vita nel presente diventa assoluto.
Penso al Ganbaru (persistere con tenacia): significa "andare avanti ostinatamente nei momenti di difficoltà". È l'imperativo sociale di non arrendersi mai, di fare del proprio meglio non per un successo individuale, ma per il bene e la sopravvivenza della comunità.
Nel saggio Note su Hiroshima, Kenzaburō Ōe ha esplorato a fondo il trauma di Hiroshima e Nagasaki; davanti all'orrore assoluto della bomba atomica (la massima espressione storica di Thanatos), Ōe non incontra il nichilismo, ma l'incredibile dignità dei sopravvissuti e dei medici che, pur morenti, continuavano a curare gli altri. Ōe scrive che queste persone hanno scelto di non arrendersi al silenzio, trasformando il loro dolore in una testimonianza globale per la pace. La loro rinascita non è stata solo materiale, ma morale.
All'indomani del devastante terremoto di Kobe del 1995, Haruki Murakami ha scritto una raccolta di racconti intitolata Tutti i figli di Dio danzano. Murakami non descrive direttamente il crollo dei palazzi, ma il terremoto interiore, il vuoto psicologico che ha colpito i giapponesi. La tesi è profondamente terapeutica: l'unico modo per curare la frattura della terra e dell'anima è ricostruire i legami umani. La pulsione di vita vince quando usciamo dall'isolamento e riscopriamo l'empatia per l'altro.
Lo dico ancora una volta ai ragazzi: la speranza non è un sentimento passivo, "speriamo che le cose vadano bene", è una pratica quotidiana.
È una decisione.
Da geologo, ho imparato che l'acqua ha il potere di scavare i canyon più profondi e modellare i continenti. Come musicista, so che una singola nota isolata è solo un suono, ma unita ad altre diventa un'orchestra capace di far vibrare l'anima.
Il nichilismo climatico è un lusso e una scusa che non possiamo più permetterci.
Non abbiamo la certezza matematica di salvare il pianeta in tempo, ma abbiamo il dovere morale e filosofico di agire come se la nostra azione fosse decisiva.
Smettere di essere complici del sistema fossile è l'unico modo per dare un senso al nostro presente e onorare la catena biologica di chi verrà dopo di noi.
Una goccia da sola evapora sotto il sole del deserto.
Ma miliardi di gocce unite formano un oceano capace di erodere anche la roccia più dura.
Smettiamo di essere spettatori rassegnati del disastro.
Riprendiamoci il futuro.