Visioni d’Argentina #1 Una terra d’acqua, di ghiaccio, di cielo
- Alfredo DE GIOVANNI
- 9 mag
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 11 ore fa

Dodici giorni non bastano.
Non bastano per cogliere il senso completo di una terra straordinaria che ha nei suoi orizzonti liquidi i segni più distintivi, quel bianco e celeste fissati nella sua bandiera.
In Argentina, l'acqua è risorsa, architettura della memoria, elemento che modella il paesaggio, ecosistema che regola il clima di un’intera nazione.
Jorge Luis Borges scriveva: "il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume".
Come dargli torto?
Mi sembra di scorgere gli occhi degli italiani che giunsero qui dalla fine dell'Ottocento: immagino i loro sguardi traguardare le sterminate pampas, le steppe della Patagonia, ma ancor prima scoprire i fiumi immensi che si riversano nell’Atlantico, i laghi del Sud senza confini, i ghiacciai profondi, le cascate d'acqua come nessun europeo aveva mai visto prima.
Buenos Aires è fondata sulla foce di un fiume così vasto - il Rio de la Plata - che ancora oggi i geografi non sanno se definirlo mare o fiume, giacché realizza il più grande estuario del mondo con miliardi di tonnellate di sedimenti che ogni giorno colorano l’acqua di terra e basalto.

Le principali meraviglie dell'Argentina sono legate all'acqua, sia essa allo stato solido, liquido o gassoso: l’identità scorre tra la potenza brutale dell’Iguazù e il silenzio millenario dei ghiacciai, tra le isole del delta del Tigre e i meandri del Paraná e dell’Uruguay, fiumi talmente vasti da perderne la cognizione. Ho navigato per una millesima parte su questo delta i cui paesaggi rimandano a quelli indiani del Gange: qui lo stesso Borges prefigurava la presenza delle tigri realizzando uno dei suoi topos letterari.
Ho scoperto i sistemi fluviali del Paranà e dell’Uruguay, uno dei complessi idrografici più imponenti del pianeta. Il Paranà, il "parente del mare" in lingua guaraní, è un organismo vivente che modella il delta del Tigre, un labirinto di canali che mi ha incantato; scrive Julio Cortázar: “il fiume era un'enorme lingua di fango che scivolava verso il mare, portando con sé isole di giacinti d'acqua e silenzi millenari".

Questo delta compone una sorta di metafisica fluviale puntellata di migliaia di case su un dedalo di canali dove si pesca il dorado e si sogna una vecchiaia tranquilla. Non puoi dire di aver visto Buenos Aires se non hai vissuto i suoi fiumi, se non hai percepito la marea che tutto abbraccia, lo scorrere delle lingue limacciose che creano approdi nascosti sulle cui sponde è nato il tango. L’acqua è dappertutto, giacché il sistema fluviale poggia su una delle riserve idriche sotterranee più grandi del mondo l'Acquifero Guaraní: una colossale spugna di arenaria che contiene abbastanza acqua dolce da rifornire la popolazione mondiale per circa 200 anni, con una ricarica di 166 miliardi di metri cubi l’anno secondo le ultime stime.

Questa ricchezza smisurata vive, però, oggi un paradosso profondo: la purezza e la ricchezza delle sorgenti urta contro il degrado dei sobborghi, l'abbondanza convive con una gestione che oscilla tra lo sfruttamento minerario e ambiziosi progetti di ingegneria “compensatrice”.
L'inquinamento da nitrati e l'estrazione incontrollata minacciano questo tesoro invisibile di acqua che fluisce nelle profondità della terra come una delle biblioteche infinite sognate da Borges. Ma ogni mondo è paese: anche nella mia piccola Puglia si soffre il problema dell’inquinamento degli acquiferi per ragioni antropiche e per l’intrusione salina.

Risalendo a nord, tra Argentina, Brasile e Urugay, le cascate del fiume Iguazù – affluente del Paranà - formano un sistema che appare come una furia “sacra”, quella della leggenda del dio serpente M'Boy rabbioso per la fuga della bellissima Naipí e del guerriero Tarobá. Qui la geologia ha fatto un miracolo: ha dislocato con una serie di fratture il substrato basaltico di 130 milioni di anni, creando il più esteso sistema di cascate al mondo. La loro visione toglie letteralmente il fiato: sulla Gargantua del Diablo, la gola dove si sprigiona la massima potenza, non sono riuscito a trattenere le lacrime, le gambe hanno vacillato, il cuore è inciampato in battiti scomposti. Qui si sperimenta il sublime dinamico di Kant, quel sentimento misto di terrore e stupore che segna, rimpicciolisce e rende infinito. Come nella visione dell’Aleph.

Sulle passerelle che solcano il fiume mi è sembrato di vedere le canoe dei Guaranì - il popolo di indios sterminato dagli europei - che in parte ancora sopravvive in minuscole riserve al margine dei resort di lusso disseminati nella foresta tropicale di Puerto Iguazù e di Foz.
Mi sono balzate agli occhi le scene immortali di uno dei miei film preferiti di ogni tempo: "Mission", il capolavoro di Roland Joffé del 1986, lo sguardo di De Niro, il flauto di Jeremy Irons che danza sulle note di Ennio Morricone.
Gli occhi si inumidiscono.
Anche l'acqua dell'Iguazù non è immune ai cambiamenti climatici: ho letto che i regimi di piena sono sempre più erratici, riflettendo lo stress ecologico globale.

All'estremo opposto, nel sud della Patagonia, il Perito Moreno è un gigante di ghiaccio che incanta col suo prisma di colori. È lì che scopri che il ghiaccio non è bianco, ma blu elettrico, turchese, cobalto, indaco, grigio cenere, rosa e arancio alla puesta del sol. E respira, urla, si spacca, si muove, vive, ti abbraccia. Il Perito Moreno è il simbolo di una valle, il guardiano delle riserve idriche della steppa infinita, come del resto gli altri ghiacciai più grandi (l’Upsala, lo Spegazzini, il Viedma, etc.) oggi minacciati dalle estrazioni minerarie a cielo aperto nelle zone andine. La riforma sui ghiacciai appena approvata (Ley de Glaciares, 2024) è diventata il fronte di uno scontro tra la conservazione della biosfera e gli interessi economici che rischiano di contaminare le sorgenti con metalli pesanti, trasformando il cristallo in veleno.

Prima di vederli, bisogna visitare il Glaciarium a El Calafate, il museo del ghiaccio/centro di ricerca tra i più noti al mondo. Il futuro del pianeta è nel segreto celato in questi ghiacci, quelli che raccontano del clima che fu, di quello che verrà.

Ma il contrasto più doloroso si consuma nel cuore urbano della provincia di Buenos Aires (quasi 16 milioni di abitanti inclusa la capitale). Il bacino dei fiumi Matanza-Riachuelo è una ferita aperta che ha smesso di essere l'elemento specchiante della letteratura per diventare la "zona di fango" di cui scriveva Ernesto Sabato. Qui, decenni di scarichi industriali hanno saturato i sedimenti di piombo e mercurio, rendendo l'aria stessa pesante di promesse infrante.
In questo bacino convivono realtà sociali opposte: da un lato quartieri storicamente industriali e insediamenti informali (villas miserias), dall'altro quartieri privati e residenze esclusive, conosciuti come barrios cerrados o countries. Questo ultimi sorgono per lo più nel Bacino alto dove il fiume è meno inquinato.
Mi è capitato di attraversare enormi quartieri abusivi, abitati per lo più da emigrati boliviani, come il Villa Celina, e residence di lusso recintati e presidiati dove per entrare serve il passaporto. Un contrasto urbano tra il bacino basso e quello alto del Matanza-Rachieulo che marca una forte segregazione socio-spaziale, muri e sistemi di sorveglianza che separano le élite dal resto della popolazione locale.
Molti di questi residence sorgono in zone umide (wetlands), che alterano il naturale drenaggio del bacino e aumentano il rischio di inondazioni nei quartieri poveri circostanti durante le forti piogge.

È proprio in questo bacino che l'Argentina sta mettendo in atto una delle più grandi opere di ingegneria sanitaria del mondo: il Sistema Riachuelo, un progetto di redenzione tecnica che sembra basarsi su tre pilastri scientifici: il Collettore Marginale Sinistro, un enorme tunnel che intercetta gli scarichi fognari che prima finivano direttamente nel fiume; l'Impianto di pre-trattamento a Dock Sud, che rimuove solidi, grassi e sabbie attraverso processi fisici; l'Emissario Sottomarino, un capolavoro idraulico che corre per 12 chilometri sotto il letto del Río de la Plata, disperdendo le acque trattate in un punto dove il potere di diluizione del grande estuario neutralizza l'impatto ambientale.
Questa opera mira a restituire dignità ai milioni di abitanti della zona de La Matanza, provando a invertire un secolo di degrado. È il tentativo di passare dalla "città che volta le spalle al fiume" a una metropoli che riconosce nell'acqua il suo bene più prezioso.
L'acqua sembra essere il destino dell’Argentina - una terra che possiede circa il 10% delle riserve globali di acqua dolce -, ma la sua storia dimostra che l'abbondanza non è una garanzia di salvezza. Come nel mito del fiume di Eraclito, l'acqua argentina sta cambiando, e la sfida del XXI secolo è decidere in quale direzione. Proteggere il Perito Moreno dalle miniere e completare la bonifica del Riachuelo non sono solo necessità tecniche, ma un dovere verso quella "patria liquida" che definisce il suo destino.
L'acqua è il tempo, e il tempo per salvarla mi sembra scorra velocemente verso la foce.




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