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Mattia: Territori Fragili

  • Immagine del redattore: Alfredo DE GIOVANNI
    Alfredo DE GIOVANNI
  • 6 mar
  • Tempo di lettura: 5 min


Mi si avvicinò con quell’aria felice che hanno i bambini quando giocano a calcio.

«Signore vuoi parare il rigore?» fece con voce argentina, il pallone ben saldo sotto il piede sinistro, le prime gocce di pioggia a bagnare il viso.

«Dai tira!» gli dissi senza pensarci.

Quella striscia d’erba attorno alla linea di calcio d’angolo, era tutto ciò che rimaneva del campo di Amatrice, occupato dalle tende della colonna mobile della Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia. Gli Alpini erano stati i primi a muoversi da fuori regione: entro la mezzanotte del 25 agosto 2016 - a meno di 24 ore dal disastro - ben 112 operatori erano giunti a portare pasti caldi e tende alla popolazione.

«Mattia lascia in pace il signore!» urlò la donna sporgendosi dal telo della Croce Rossa.

Troppo tardi. Avevo buttato a terra la giacca blu di ordinanza, approntato alla ben meglio i pali della porta, pronto a parare il primo tiro di Mattia.

La pioggia cominciò a scendere fitta.

Mattia mi prese per mano: «Vieni, andiamo a casa mia», disse.

Poteva avere nove anni, gli occhi vispi, i capelli sottili.

La casa era a poche centinaia di metri dal campo. Quando vi giungemmo mi indicò la sua stanza da letto. Ricordo il tetto inclinato, i fili di ferro dondolanti, un buco nella parete sinistra: un bombardamento non avrebbe potuto fare di peggio. Mattoni disallineati per terra, tegole tra l’erba, brandelli di giocattoli, il resto del tinello, il water sospeso a mezz’aria. A piano terra le finestre erano state sbarrate con travi di legno incrociate e inchiodate, come se il terremoto avesse crocifisso l’abitazione.

«Una casa non muore finché qualcuno la va a trovare», fece Mattia.

Lo guardai con gli occhi lucidi. Mi raggiunse la madre, cominciò a piangere. Aveva perso tutto, il minimarket, la casa, il marito. Attraverso il buco nel muro si vedeva il buio, non v’era futuro.

Un terremoto è un vaso di Pandora che sgorga lacrime, un lutto impossibile da elaborare, da esplorare.

Ero giunto ad Amatrice il 14 settembre come volontario insieme ai colleghi dell’Università di Bari, invitati dal Centro di Protezione Civile dell’Università dell’AQUILA.

 

Foto di Stefano Dal Pozzolo
Foto di Stefano Dal Pozzolo

 

Al terzo giorno ero devastato.

Il terremoto non aveva solo distrutto le vite, le case, il tessuto sociale; aveva attivato l’oblio, la cancellazione del ricordo della vita. Pensai che la cosa più importante da fare era restare lì, provare a far vivere di nuovo, in modo diverso, le cose e le persone che non c’erano più.

Bisognava essere presenti nel cratere, camminare nelle terre mutate.

Retrosi, Sommati, San Lorenzo a Flaviano e Rio, Prato, Saletta, Cossito tutte le frazioni di Amatrice erano state distrutte. Ogni edificio di culto abbattuto: su questa pietra costruirò la mia chiesa, su questa chiesa sono crollate le mie pietre.

Una chiesa esiste dove c’è un crocifisso. La messa, dal giorno del terremoto, si teneva nei tendoni: Cristo si adatta più di noi, è mobile, non fa distinzioni.

Il dio della faglia, però, aveva agito dappertutto. Aveva spezzato, disperso.

Nemmeno San Benedetto da Norcia aveva potuto fare qualcosa.

Le ferite delle case erano piaghe di un patrono che non aveva potuto difendere dai cataclismi ma solo consolare dei loro effetti. Il patrono d’Europa, se avesse avuto voce avrebbe detto, forse, che per salvarsi serviva conoscenza, prevenzione, cura, che per ripartire serve una comunità, delle regole, qualcuno che le faccia rispettare.

 

Foto di Stefano Dal Pozzolo
Foto di Stefano Dal Pozzolo

Un giorno d’estate la terra aveva tremato e poi ancora per migliaia di repliche.

Muovermi con Mattia tra le macerie del borgo mi stringeva la gola e il petto.

I piedi percorrevano le strade per inerzia, lo sguardo faticava a dare un senso a quelle abitazioni sventrate, provavo a cercare il volto dei luoghi, mi sforzavo di vedere la gente animare i vicoli, le sedie appoggiate agli usci, le grida dei bambini.

Cosa serve davvero a definire una comunità? Può un ammasso di pietre rivendicare il nome di "paese"? È possibile per un luogo esistere senza la presenza umana, senza lo sguardo umano?

Quando ci penso vado in blocco, ancora oggi, a distanza di dieci anni.

Quella sensazione di smarrimento che trasformava il paesaggio in un riflesso della mia stessa fragilità: ogni muro crollato una ferita aperta, un promemoria costante di quanto possa essere effimero il concetto di casa quando privato del calore della presenza. 

Oggi, le immagini di Niscemi scorrono in TV e sui social, case sventrate in bilico sul nulla.

Mi ricordo di Amatrice.

Resto sospeso in un tempo che non scorre, un tempo che in Italia diventa testimone muto di un’identità che prova a non svanire.

 

 

Foto di Stefano Dal Pozzolo
Foto di Stefano Dal Pozzolo

  

Allora mi vengono in mente le parole dell’amico Ermanno Bosco: “L’Italia è una Repubblica fondata sulla placca euroasiatica, sospinta verso nord da quella africana. La sovranità appartiene a moti che non possiamo vedere. Tutti i cittadini italiani sono uguali davanti alla legge ma non davanti all’orografia. Le isoipse ci fanno diversi”.

In Italia ventidue milioni di persone vivono in zone a pericolosità sismica elevata.

Un milione e trecentomila vivono in zone a pericolosità da frana, da elevata a molto elevata.

Sette milioni di persone vivono in aree a pericolosità alluvionale da media a elevata. 

Combinando i fattori, il 95% dei comuni italiani è a rischio frana e alluvione e il 40% del territorio nazionale è soggetto a forti terremoti.


I dati sono freddi, non dicono nulla.

Ma quel giorno ad Amatrice, il viso di Mattia, diceva tantissimo e mi sbatteva in faccia la fragilità: la mia, quella di tutti, dei territori che abitiamo.

Mattia aveva messo in ordine le priorità, inchiodandomi alle responsabilità da adulto.

Prendersi cura del nostro territorio è la priorità, perché se non esiste la terra sotto i piedi, non esiste nemmeno la vita.

Bisogna farlo, ora: esserne consapevoli è la prima tappa.

Mattia, come i cittadini di questi comuni, come tutti gli esseri viventi di questi comuni, hanno diritto a vivere in un territorio sicuro, a frequentare scuole sicure, ospedali sicuri, strade sicure.


Ho imparato, da geologo, che la terra, l’acqua e gli alberi sono sacri. Com’è sacra ogni forma di vita su questo pianeta.

Quale ragione, invero, non potrebbe andare alla scuola della saggezza delle api, delle formiche e dei ragni?” (Thomas Browne).

Quel giorno Mattia mi ha ricordato la mia fragilità.

Oggi, i cittadini di Niscemi mi ricordano cos’è la fragilità.

La stessa che oggi ho voluto condividere con voi.



Il testo "MATTIA: TERRITORI FRAGILI" è stato letto per la prima volta il 05.03.2026 presso il Laboratorio urbano Gos Giovani Open Space di Barletta nell'ambito di Parole Chiare – dizionario umano nell'evento dal titolo "Fragili: sei uomini, sei parole, sei racconti" a cura di Chiara Fiorella.

Per l'elaborazione del testo voglio ringraziare:

  • Nicola Venisti e Rosa Colacicco per i ricordi di quei giorni ad Amatrice;

  • Ermanno Bosco per le sue parole, la testimonianza e il coraggio espressi nel libro "Voci dal cratere. Il cammino nelle Terre Mutate da Fabriano a L'Aquila dopo il terremoto" (Ediciclo, 2022)

  • Chiara Fiorella per la sua sensibilità, tenacia e desiderio di infinito.

  • Tutte le donne e gli uomini della Protezione Civile italiana.



 
 
 

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