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Una città a misura d'Uomo? Tra Piano Urbanistico Generale (PUG) e Piano Urbano per la Natura (PUN)

  • Immagine del redattore: Alfredo DE GIOVANNI
    Alfredo DE GIOVANNI
  • 11 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 12 mar

Castello di Barletta
Castello di Barletta

Ieri pomeriggio (10 gennaio 2026 n.d.r.) ho partecipato a Barletta all’incontro “Una città a misura d’uomo. Piano casa e zone B5” promosso dall’Assemblea delle libere forme associative del capoluogo della BAT, la sesta provincia pugliese (Barletta-Andria-Trani).

Le riflessioni che seguono scaturiscono dall’osservazione -  ormai trentennale -  delle dinamiche che si sviluppano nelle comunità nel momento in cui le amministrazioni comunali hanno l'esigenza, normativa e politica, di disegnare la città del futuro, immaginare lo sviluppo di un territorio, dare concretezza a visioni urbanistiche condivise.


In Puglia per fare ciò, le amministrazioni comunali devono seguire gli indirizzi del DRAG (Documento Regionale di Assetto Generale), che rappresenta lo strumento fondamentale della pianificazione territoriale. Introdotto dalla Legge Regionale n. 20/2001, definisce le linee guida per il governo del territorio e fornisce i criteri per la redazione dei PUG (Piani Urbanistici Generali) a livello comunale. Per chi vuole approfondire il DRAG ecco qui un link comodo:



L’esperienza come geologo conoscitore del complesso sistema delle pianificazioni locali (PUG, PUE, PUN, PUMS, etc.), come pure di quelle sovraordinate (PPTR, PTA, PTCP, etc.), ossia dei piani di livello superiore a quello urbanistico, mi ha dimostrato come le amministrazioni comunali siano spesso reticenti nell'approvare i Piani Urbanistici Generali (PUG) a favore dei vecchi Piani Regolatori Generali (PRG) o dei Piani di Fabbricazione (PdF).

Ciò per almeno 4 motivazioni che è opportuno rendere chiare a beneficio di tutti, soprattutto dei ragazzi:


1. Perdita di discrezionalità e "Zonizzazione"

  • Modello operativo: Il PRG tradizionale si basa sulla "zonizzazione" (divisione in zone A, B, C, ecc.), che attribuisce diritti edificatori certi e immediati sui suoli.

  • Flessibilità vs Rigore: Il PUG introduce una separazione tra la visione strategica (componente strutturale) e l'attuazione pratica (ad es. gli accordi operativi). Molti comuni temono che questo nuovo modello riduca la capacità della politica locale di gestire direttamente le concessioni edilizie tramite varianti puntuali, tipiche del vecchio sistema. 


2. Obiettivi di sostenibilità e consumo di suolo

  • Limiti all'espansione: Il PUG pone un forte accento sulla rigenerazione urbana e sulla riduzione del consumo di suolo.

  • Interessi locali: Le vecchie pianificazioni spesso permettono ancora espansioni in aree agricole o nuove lottizzazioni che il PUG tenderebbe a bloccare o limitare drasticamente, scontrandosi con interessi economici consolidati o aspettative di rendita fondiaria dei proprietari terrieri locali. 


3. Complessità dell'iter burocratico e costi

  • Procedure lunghe: l'adozione di un PUG richiede processi partecipativi complessi e la verifica di conformità con piani sovraordinati (Regione e Provincia).

  • Costi di redazione: progettare un PUG richiede studi multidisciplinari (urbanistici, geologici, ambientali, storici, archeologici, acustici, etc.) molto costosi che gravano sui bilanci comunali, spingendo le amministrazioni a prorogare l'efficacia dei vecchi strumenti finché possibile.


4. Gestione del consenso e conflitti

  • Osservazioni dei cittadini: durante la fase di approvazione del PUG, i comuni devono gestire migliaia di osservazioni e potenziali ricorsi amministrativi che possono bloccare l'azione politica per anni.

  • Efficacia delle clausole di salvaguardia: non appena viene adottato un nuovo PUG, entrano in vigore le "misure di salvaguardia" che possono sospendere i permessi di costruire conformi al vecchio piano ma contrari al nuovo, creando malcontento tra i costruttori. 


In sintesi, mentre il PRG è visto come uno strumento più rigido ma "prevedibile" per la politica locale, il PUG rappresenta una sfida amministrativa che richiede una visione a lungo termine spesso difficile da conciliare con i tempi brevi del consenso elettorale.

Sia ben chiaro, le suddette motivazioni non valgono solo per Barletta, ma per tantissime realtà comunali dove l’interesse pubblico (collettivo) si scontra spesso con l’interesse privato.



Nella nostra Costituzione l'interesse pubblico (collettivo) e l'interesse privato (individuale) convivono in un equilibrio dinamico, dove il primo prevale nelle funzioni amministrative (Art. 97: buon andamento e imparzialità), ma l'interesse privato è tutelato e può essere limitato solo per esigenze di pubblica utilità, garantendo un indennizzo (Art. 42 della Costituzione e 834 c.c. sull'espropriazione).


È bene ricordare  che l’Interesse Pubblico (Art. 97 Cost.) è il fine ultimo dell'azione amministrativa, e i pubblici uffici devono essere organizzati per garantire "buon andamento e imparzialità", assicurando che gli interessi generali siano perseguiti e non subordinati agli interessi privati.

A questo punto è, però, fondamentale ricordare che la nostra Costituzione è stata cambiata nel 2022 con la Legge costituzionale n.1 del 11/02/2022 che all’art.9 ha aggiunto il 3° comma evidenziato in grassetto:


  • Articolo 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

 

E ancora, nell’art.41 sono state aggiunte le parole evidenziate in grassetto:

 

  • Articolo 41

“L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

 

Queste modifiche comportano una rivoluzione di intenti, di visioni, di indirizzi politici.

Nella nostra Costituzione non c’erano, infatti, i termini: “ambiente”, “biodiversità”, “ecosistemi”, “animali”, “future generazioni”. Tali modifiche sono state introdotte per fare partire il Ministero della Transizione Ecologica e per sostanziare normativamente il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), il piano italiano da circa 225 miliardi di euro, finanziato dall'UE con il programma "Next Generation EU", per investire in riforme e progetti (digitalizzazione, transizione ecologica, sanità, istruzione, ecc.) entro il 2026.



Aggiungo che, con il recente “Regolamento sul ripristino della natura (NRR)”, entrato in vigore il 18 agosto 2024 in ossequio al Regolamento (UE) 2024/1991, le città con più di 20.000 abitanti devono dotarsi entro il 2030 del PUN (Piano Urbano per la Natura), che pone obiettivi vincolanti di ripristino del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030 e del 100% entro il 2050.

Il PUN, già denominato Piano del verde urbano o Piano comunale del verde dovrà, evidentemente dialogare con il PUG.

Una recente pubblicazione dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha esaminato le città italiane che si sono portate avanti realizzando un Piano del verde urbano.



Nella pubblicazione dell’Ispra vengono analizzati 10 Piani del verde: Torino, Vercelli, Bolzano, Padova, Rovigo, Parma, Bologna, Forlì, Livorno, Avellino, che ci raccontano di una nuova visione di città.

Una visione che, come si legge nel documento Ispra: «…partendo dal capitale naturale e dal patrimonio verde e blu, finisce con l’intrecciare i temi chiave della sostenibilità urbana, attraverso strategie volte a combinare l’incremento del verde pubblico con la giustizia ambientale, la riduzione del consumo di suolo con l’adattamento ai cambiamenti climatici, il ripristino della connettività ecologica con la promozione della salute e la mobilità attiva, la rigenerazione delle aree dismesse con la valorizzazione della multifunzionalità agricola, il monitoraggio della biodiversità e la cura del verde con la cittadinanza attiva».

 

Framework di riferimento per l’analisi: ambiti e contenuti di base per la lettura dei 10 Piani del verde esaminati nella pubblicazione dell’Ispra. Dalla lettura appare evidente come i Pun possano diventare degli strumenti cruciali per lo sviluppo urbano sostenibile, in quanto si configurano come la giusta cornice politica in grado di adottare un approccio integrato per aumentare la biodiversità nelle infrastrutture blu e verdi delle città.
Framework di riferimento per l’analisi: ambiti e contenuti di base per la lettura dei 10 Piani del verde esaminati nella pubblicazione dell’Ispra. Dalla lettura appare evidente come i Pun possano diventare degli strumenti cruciali per lo sviluppo urbano sostenibile, in quanto si configurano come la giusta cornice politica in grado di adottare un approccio integrato per aumentare la biodiversità nelle infrastrutture blu e verdi delle città.

 

Un aspetto centrale dei Piani Urbani della Natura è la creazione condivisa e collaborativa che prevede il coinvolgimento attivo delle comunità locali nella progettazione e gestione degli spazi verdi, rappresentando una leva fondamentale per il successo dei PUN. Il coinvolgimento dei cittadini fin dalle prime fasi di pianificazione, promuove un senso di appartenenza e responsabilità verso il verde urbano come bene comune, raccogliendo le esigenze e le preferenze delle comunità locali, garantendo che i progetti realizzati siano realmente rispondenti ai loro bisogni. La partecipazione attiva dei cittadini favorisce, inoltre, la creazione di reti sociali e la nascita di iniziative di volontariato per la cura e la manutenzione degli spazi verdi, rafforzando il legame tra le persone e il territorio che portano alla costruzione di città più vivibili e sostenibili.

I PUN sono, per questo, strumenti dinamici, in grado di adattarsi ai mutevoli bisogni urbani, che rendono le città in grado di darsi obiettivi ambiziosi, allineando le azioni locali con gli obiettivi globali di sostenibilità a diverse scale geografiche.



Le città pugliesi con popolazione superiore a 20.000 abitanti- ad esempio Barletta, ma non solo - sono parecchio indietro non solo rispetto a molti capoluoghi italiani ma, soprattutto, a molte città europee della stessa grandezza.

La verità è che la disponibilità di aree verdi è un fattore fondamentale per la qualità della vita e per l’adattamento al clima che sta cambiando, soprattutto se pensiamo al ruolo fondamentale svolto dagli alberi per mitigare le isole di calore. Lo confermano tutti gli indicatori ambientali attuali, le norme esistenti, in primis la Legge nazionale 10/2013 che prevede che tutti i comuni sopra i 15.000 abitanti si dotino di un catasto degli alberi, piantino un nuovo albero per ogni bambino nato o adottato, e che gli amministratori producano un Bilancio arboreo a fine mandato per dimostrare l’impatto dell’Amministrazione sul verde pubblico.


In Italia, Modena, Reggio Emilia e Trento sono da anni in testa a quasi tutte le classifiche di vivibilità e sostenibilità ambientale. Tra le straniere è utile ricordare il caso di Valencia per il suo modello di mobilità urbana e di Bergen in Norvegia (una tra le Città Circolari in Europa), che ha appunto integrato l’economia circolare nella sua «Green Strategy» per raggiungere la neutralità climatica entro il 2030.

Vale la pena anche ricordare, oltre ai 10 comuni della pubblicazione Ispra, alcune municipalità molto avanti nella pianificazione del verde:


  • Il Comune di Genova con lo studio preliminare del Piano urbano del verde (Delibera G.C del 30/06/2011);

  • I Comuni di Varese e Monza con l’approvazione del Piano di governo del territorio nel quale è definito anche il sistema del verde urbano (art. 13 della l.r. 11 marzo 2005 n. 12 e DGC n. 8 del 06/02/2017);

  • Il Comune di Lucca si è dotato dal 2020 del Master Plan del verde urbano;

  • Il Comune di Firenze con delibera di Giunta del 24/12/2019 che ha avviato il procedimento di formazione all’adozione del Piano operativo ai sensi della LRT 65/2014 e del Piano del Verde ai sensi della L. 10/2013;

  • Il Comune di Pisa che ha approvato sia il Master Plan del verde pubblico sia il Piano Strategico che pongono il verde alla base dell’organizzazione del proprio territorio mettendo a sistema le aree verdi pubbliche;

  • Il Comune di Reggio Emilia con la redazione del Piano pluriennale di forestazione urbana;

  • Il Comune di Prato col l’approvazione nel 2019 di un Action Plan sulla forestazione urbana all’interno del proprio Piano Operativo Comunale;

  • Il Comune di Pescara con l’approvazione a gennaio 2024 delle Linee guida per la redazione del Piano del Verde.


 

Non meno strategico è l’obiettivo di rendere le città pugliesi più a misura di bambino e di anziano. 

I benefici che ne derivano, difatti, vanno oltre tale fasce fragili, perché aggiungono valore alla vita di tutti i cittadini. Secondo diversi studi, la quantità di tempo che i bambini trascorrono a giocare all’aperto, la loro capacità di spostarsi in modo indipendente e il loro livello di contatto con la natura sono indicatori importanti di come si sta comportando una città. Non si tratta solo di realizzare parchi giochi, ma una rete di infrastrutture che permetta viaggi sicuri e piacevoli, si tratta di ascoltare i loro bisogni, di incoraggiare l’interazione sociale, di ridurre la percezione del rischio, di annullare le disuguaglianze sociali.


Gli incontri come quelli di Barletta sono fondamentali e possono rivelarsi proficui nel momento in cui partecipano gli amministratori. La presenza del Sindaco, ieri sera, è stata fondamentale. Ma preme sottolineare l’assenza di assessori e tecnici comunali e, soprattutto, il fatto che, ancora una volta, l’organizzazione di un momento di confronto sia partito dal “basso”, dal mondo delle Associazioni, dei volontari.


Il mondo è cambiato. La Costituzione è cambiata.

Il clima è cambiato e muterà secondo le previsioni dell’IPCC (International Panel for Climate Change) dell’ONU, con l’aumento di ondate di calore (siamo nel bel mezzo dell’hot spot climatico del Mediterraneo), l’innalzamento del livello marino, la redistribuzione delle piogge con fenomeni metereologici anomali e l'aumento in frequenza di crisi idriche, l’innesco di processi di desertificazione, l’impatto sociale dei migranti climatici, etc.

In altre parole, saremo tutti più FRAGILI.


È l’ora di cambiare. Senza tentennamenti, procrastinazioni.

Ce lo chiedono i nostri ragazzi, figli, nipoti, tutti gli esseri viventi di questo pianeta.

Bisogna continuare a fare massa critica, a lavorare nella direzione indicata dagli indirizzi costituzionali, senza indugio, tutti insieme.

Perché nel futuro che ci aspetta nessuno si salva da solo.

Nel frattempo, #fattialbero

 

Barletta - Pista ciclabile foto del 11.01.2026
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