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Quell’insostenibile volontà di potenza

  • Immagine del redattore: Alfredo DE GIOVANNI
    Alfredo DE GIOVANNI
  • 4 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 26 gen

"La conquista dell'Africa" di Georges Antoine Rochegrosse (1859-1938) 1900 Paris, Musee du Luxembourg
"La conquista dell'Africa" di Georges Antoine Rochegrosse (1859-1938) 1900 Paris, Musee du Luxembourg

Dalle foreste dell'Africa o dell'America latina, percorse da conquistatori, avventurieri, colonialisti a scapito delle popolazioni native, alle asettiche sale riunioni delle multinazionali moderne, una costante sembra attraversare la storia dell’umanità: la bramosia di potere. Al di là delle ragioni storiche e culturali, sono le motivazioni profonde - psicologiche, antropologiche, filosofiche - quelle che mi hanno sempre affascinato.

Perché l’essere umano non sembra mai soddisfatto di ciò che ha?

Quale forza oscura lo spinge a valicare confini, assoggettare popoli e accumulare risorse ben oltre le proprie necessità biologiche?

Provo da sempre a scavare nelle fondamenta della nostra specie, anche per motivi legati alla scrittura e finisco, inevitabilmente, per incrociare i sentieri della psicologia, dell’antropologia e della filosofia.

 

La vertigine del vuoto: la prospettiva psicologica

In psicologia, il potere è spesso visto non come un fine, ma come una difesa. Per Alfred Adler, ad esempio, uno dei padri della psicologia individuale, la ricerca di dominio è una risposta a un profondo senso di inferiorità. In pratica, l’individuo che conquista il mondo, in realtà, sta cercando di mettere a tacere una voce interiore che lo dichiara fragile. In altre parole, verrebbe da dire: "visto che ce l’ho piccolo, adesso ti faccio vedere cosa ti combino".

C’è poi una dimensione più profonda legata alla nostra mortalità. Secondo la Terror Management Theory (Greenberg, Pyszczynski e Solomon, 2015), l’accumulo di potere e la conquista territoriale sono tentativi di raggiungere un’immortalità simbolica. Creare imperi, lasciare il proprio nome su monumenti o controllare il destino di migliaia di persone permette all'uomo di illudersi di aver sconfitto il tempo e la morte. Il potere, in questo senso, è l'anestetico contro l'angoscia esistenziale.

 

L’istinto del predatore: la lente antropologica

Se guardiamo all'antropologia e alla biologia evoluzionistica, la bramosia di conquista si mostra sotto una luce più pragmatica. Per millenni, il controllo delle risorse (cibo, acqua, territori fertili) è stato sinonimo di sopravvivenza. In un mondo di scarsità, chi non conquistava veniva conquistato. Il problema è che nell'essere umano questo impulso ha subito una deriva culturale. Il concetto di territorialità, tipico di molti primati, nell'uomo si è trasformato in "status". Lo status elevato garantisce accesso privilegiato non solo alle risorse, ma anche a migliori opportunità riproduttive e protezione per la prole. La spinta a desiderare "sempre di più" è, dunque, il residuo di un software evolutivo programmato per un mondo pericoloso che continua a girare a vuoto in una società, oggi, dominata dal capitalismo.

 

La condanna del desiderio: l'analisi filosofica

La filosofia è forse la disciplina che meglio ha descritto l’insaziabilità di questa spinta. Thomas Hobbes nel "Leviatano" definiva la vita umana come una "incessante ricerca di potere dopo potere, che cessa solo con la morte". Per Hobbes, l'uomo è spinto dalla paura: non può essere sicuro del potere che ha se non ne acquisisce di nuovo, riprendendo così la locuzione latina dell’"homo homini lupus".

Friedrich Nietzsche ha portato questa riflessione a un livello superiore con la sua "Volontà di Potenza". Per il filosofo tedesco, la potenza non è mera sopraffazione politica, ma l’essenza stessa della vita che vuole espandersi, creare, imporsi sul caos. Il problema sorge quando questa forza creativa si trasforma in dominio distruttivo come avviene in tutte le dittature, fascismi o totalitarismi.

Infine, Hegel che ricorda che ogni conquista è una ricerca di riconoscimento. Nella dialettica servo-padrone, Hegel spiega che l'uomo non desidera solo "cose", ma desidera essere riconosciuto come superiore da un altro essere umano. È questo bisogno di sguardo altrui a rendere la bramosia di potere una fame che non conosce sazietà.


È un fatto ineluttabile?

L’uomo è per sua natura un "animale desiderante". A differenza del bisogno (che si placa mangiando o dormendo), il desiderio è simbolico e infinito. La bramosia di conquista è il tentativo di riempire un vuoto della nostra coscienza con oggetti esterni: terre, denaro, sudditi. Ma oggi, in un'epoca di crisi climatica e risorse finite, questa spinta ancestrale può essere fermata? Il discorso è lo stesso affrontato nel mio post precedente: dobbiamo avere il coraggio di trasformare questa energia, da una spinta alla conquista esterna a una sfida di creatività, di padronanza interiore.

Da sempre credo nel potere salvifico dell’arte.

Come ha detto lo scrittore britannico Lawrence Durrel: “L’umanità potrà raggiungere la piena maturità quando il volgo diventerà un’artista”.

Allora, anche se ce l’avete piccolo, fatemi una cortesia: prendete un pennello, uno strumento musicale, un po’ di plastilina, quello che volete e cercate di non rompere il piffero al mondo.

 
 
 

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