Mal di Giappone
- Alfredo DE GIOVANNI
- 3 lug
- Tempo di lettura: 3 min

Tra i tanti viaggi della mia vita, quello in Giappone ha tracciato un solco profondo nel cuore.
Tra la fine di agosto e gli inizi di settembre del 2024 ho visitato Tokyo, Kanazawa, Kyoto, Osaka, Nara e Iroshima.
Ecco cosa scrivevo l'8 settembre del 2024 di ritorno da quel viaggio:
"Mi è preso il Mal di Giappone.
Quando leggevo Laura Imai Messina non volevo crederci. Per me esiste solo il Mal d’Africa – pensavo -, non può esserci nulla di più grande. E invece mi sbagliavo. Sono bastati 10 giorni per farmi amare questa terra che nasce ai confini del mondo dallo scontro di due oceani con due antichi continenti, in cui fioriscono ciliegi e alberi senza tempo e in cui tutto si distrugge e, al tempo stesso, si ricostruisce nel medesimo istante.
Voglio dirlo chiaramente: un viaggio in Giappone andrebbe prescritto a tutti, almeno una volta nella vita. Come medicina dell’anima, insegnamento civile, preparazione al mondo.
A noi italiani sicuramente, ma a tutti i popoli della Terra, perché guardare il mondo da Est, sentire questo mondo da Est, ci mette nella prospettiva del sole quando sorge all’alba: si rinasce ogni giorno, si ringrazia ogni giorno, ci si illumina ogni giorno.

Ecco, appunto, GRAZIE.
ありがとう “ARIGATŌ” in giapponese.
Non riuscirei a contare quante volte ho sentito questa parola nel corso del viaggio, quante volte l’ho ripetuta istintivamente imitando il gesto gentile di inchinarmi leggermente verso l’interlocutore.
Ho visto il Giappone d’estate, vorrò rivederlo in ogni stagione. Quando i giardini dei templi di Kyoto si riempiono del rosa dei ciliegi o d’inverno quando si imbiancano per la neve, a novembre quando si arrossiscono per il foliage.
E vorrò continuare a ringraziare questa meraviglia, come fanno i giapponesi ogni giorno, sdraiati a terra per prendersi cura di ogni millimetro quadrato di giardino, di strada, di ferrovia, di stazione, di canale, di ponte, di casa, di città, come fosse l’ultima cosa da fare al mondo.
Dopo aver attraversato i portali rossi (torii) e aver compiuto il cammino verso la divinità (shin=divino, to=strada), in fondo ai templi shintoisti, si giunge all’altare. E qui non si trova l’immagine di una divinità, si trova uno specchio. È il kagami - lo specchio sacro -, rivelatore della verità, lo specchio che riflette tutto ciò che è racchiuso nel nostro animo a cui nulla può essere celato.
Ecco il ribaltamento della prospettiva.
Il divino siamo noi, è dentro di noi. Ed è in ogni pietra, albero, goccia d’acqua, animale, refolo di vento.
Persino il terremoto è un enorme pesce gatto - Namazu (鯰) o Ōnamazu -, che va accolto, conosciuto, temuto e rispettato. E se lui distrugge è perché un attimo dopo bisogna ricostruire, anche mille volte se necessario, perché qui tutto ritorna, sempre.

Tokyo è fantastica nella sua disarmante modernità, stazioni capolavoro di ingegneria e logistica in cui centinaia di migliaia di persone si incrociano e continuano questo lavoro incessante di distruzione e ricostruzione dell’anima. Se inquadrate sotto questa prospettiva le grandi contraddizioni visibili in questa terra scompaiono e non sembrano più tali. Tutto si mette a posto. Come in ogni giardino Zen.
In fondo basta osservare l’acqua che fluisce dalle rocce in cascate gentili, un germoglio che fiorisce, un tronco d'albero che s’inclina, il muschio che invade le radici, il profumo dell’incenso.

È il capolavoro di Kyoto, di Kanazawa, di Nara, persino di Hiroshima, città dove ho lasciato il cuore, il simbolo di questo eterno ritorno, di questa continua rinascita.
Un viaggio in Giappone è un percorso che arriva e non svanisce, che ritorna e ritornerà sempre, e vorrai rifarlo sino alla fine dei tuoi giorni.
Grazie amiche, amici giapponesi, per tutto quello che mi avete dato in questi giorni".
ありがとう
