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"Disclosure day" di Steven Spielberg. Una non-recensione

  • Immagine del redattore: Alfredo DE GIOVANNI
    Alfredo DE GIOVANNI
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 27 giu



Due sere fa ho visto al cinema “Disclosure day” di Steven Spielberg.

Chiedere a me – spielberghiano della prima ora – cosa pensi di quest’opera del quasi ottantenne cineasta di Cincinnati è fuorviante. Ho amato da subito il suo cinema, da Duel allo Lo squalo, da 1942. Allarme a Hollywood, alla meraviglia di Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. e così via. A tal punto che posso affermare, senza vergogna, che ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo per seguire alla lettera -  nel lontano 1996 - una lezione fondamentale di Spielberg: “Tutto ciò che volete raccontare dev’essere scritto in ogni dettaglio, perché tutto inizia dalla scrittura”.


Anche questa pellicola non si smentisce, anzi la scrittura di David Koepp (sceneggiatore di Carlito’s Way, Jurassic Park, La morte ti fa bella, Angeli e Demoni, etc.) indugia nei dettagli sin dalle prime scene, incidendo nella mente dello spettatore con frasi lapidarie come: “Non aver paura di ciò che non conosci”, L’empatia è un vantaggio evolutivo”, ovvero: Non penso che tu abbia perso la fede in Dio, ma che tu abbia perso la fede nelle persone", per finire con: “Ascoltate…”.


Chi, come me, ha amato Spielberg dal suo primo film, le tematiche, il linguaggio, per chi ha visto e rivisto ogni scena di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ogni sguardo di Francois Truffat o di Richard Dreyfuss, ogni nota di John Williams, non poteva non commuoversi nei dieci minuti finali di Disclosure day,  la chiusa ideale della sua ricerca, la rivelazione.


Voglio dirlo subito e con chiarezza.

Per me non è il suo miglior film, né è il miglior film sull’argomento "alieni": attualmente il miglior film resta Arrival di Denise Villenevue del 2016, a cui segue il già citato Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977 e Contact di Robert Zemeckis del 1997.

"Disclosure day" rimane però un bel film, un’opera-testamento di Spielberg che chiude con un finale apertissimo: quell’”Ascoltate…” declamato dalla bravissima Emily Blunt, in cui c’è tutto: passato, presente, futuro. Dopo “Ascoltate…” ciascuno di noi può prefigurarsi una verità, può fermarsi un momento e decidere, finalmente, di aprire gli occhi e agire.

In quale direzione? Semplice, in quella più difficile da attuare per un essere umano, per taluni immediata e spontanea, per altri impossibile: quella dell’empatia, en-pathos: dentro la sofferenza, dentro i panni di qualcun altro al fine di abbracciarne i pensieri, i sentimenti.


In quest’aspetto Disclosure Day completa davvero l’opera di Steven Spielberg, se penso ai tre capolavori assoluti: Il colore viola (1985), Schindler’s list (1993), Salvate il soldato Ryan (1998). Per questo, chi ha seguito la sua poetica nel corso degli ultimi 50 anni, non può non amare quest’ultima sua opera, intravedendo la freccia luminosa che porta dritto al cuore dell’Uomo.

Non importa si tratti di un alieno, di una bambina persa nei campi di concentramento, dell’unico soldato sopravvissuto alla guerra, di una donna umiliata per il colore della pelle, ciò che importa è come ci comportiamo difronte all’ignoto e alla sofferenza. Abbiamo sempre due strade: voltarci dall’altra parte o abbracciare il dolore, pensare a noi stessi o ascoltare l’altro, agire la carità o essere indifferenti. Tutte e due le scelte hanno conseguenze per le comunità in cui viviamo. Può darsi che l’egoismo e la competizione possano essere persino utili in determinate circostanze, ma è solo la seconda strada che conduce all’evoluzione, a un vantaggio duraturo.

Qualche giorno fa, commentando la strage di alberi nelle nostre città piegate dal caldo, ho citato un proverbio greco: “Una società cresce e diventa grande quando gli anziani piantano alberi sotto la cui ombra non siederanno mai". È un atto di generosità, di altruismo, di empatia: a lungo termine la cooperazione è più efficace della competizione.


In Disclosure day, un film sugli alieni, non ci sono astronavi, c’è il cuore dell’Uomo.

Per questo non può piacere a molti. Dà quasi fastidio. Il cattivo che non è un vero cattivo (Colin Firth): un cattivo che finisce per arrendersi alla potenza della verità, qualcosa che diventa bellezza e giustizia e, quindi, amore.

Gli alieni sono tra noi? Sì, sembra dire Spielberg, e sono quelli che riescono ad amare in modo incondizionato. Sono i più semplici, i bambini, i più fragili, gli animali.

Disclosure day, il giorno della rivelazione, qualcosa che, guarda caso, ci è stato indicato dal Figlio dell’Uomo (Bar-ʿenàsh) già duemila anni fa.

 
 
 
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