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Davvero dobbiamo rassegnarci alla guerra? Come si odiava nel XXI secolo, lo spettacolo di Igor Sibaldi

  • Immagine del redattore: Alfredo DE GIOVANNI
    Alfredo DE GIOVANNI
  • 21 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 4 gen

Le frasi di Ursula Von der Leyen pronunciate all'Europarlamento di Bruxelles solo qualche giorno fa (17.12.2025) sembrano avere lo stigma della storia: “La pace di ieri è finita. Non abbiamo tempo per indulgere nella nostalgia. Ciò che conta è come affrontiamo l’oggi", e ancora: “È un mondo diventato pericoloso e transazionale. Un mondo di guerre. Un mondo di predatori. La realtà di questo mondo significa che noi europei dobbiamo difenderci e contare su noi stessi”. E per finire: "Negli ultimi 10 anni, abbiamo investito 8 miliardi di euro nel Fondo per la difesa. Quest’anno attiveremo fino a 800 miliardi di euro di investimenti entro il 2030".

Bene, ma non benissimo.

Se volessimo coniare uno slogan sarebbe : "Shoot, baby shoot!", spara baby, spara! È come il "Drill, baby drill!" perfora ragazzo, perfora! di Sarah Palin appena ripreso da Donald Trump. Perché per seguire questa nuova o vecchia narrazione, che dir si voglia, saremo prima o poi costretti a sparare in ossequio al principio narrativo della pistola di Čechov, per cui se a un certo punto in una storia a teatro, a cinema, in un libro compare una pistola, la stessa pistola prima o poi dovrà sparare: «Non si dovrebbe mettere un fucile carico sul palco se non sparerà. È sbagliato fare promesse che non si vuole mantenere».


Ecco, facile facile: se iniziamo a riarmarci, a produrre armi, a farle comparire nella storia, queste prima o poi dovranno sparare. È come se stessimo chiamando a gran voce la guerra in Europa, per il semplice fatto che la realtà esiste giusto nominandola. Passare in un attimo dal "Green Deal" al "Rearm Europe" è davvero devastante, lo è soprattutto se penso ai miei figli, alle nuove generazioni, ai bambini che stanno nascendo in questi giorni.


Ma davvero dobbiamo rassegnarci alla guerra? Davvero non possiamo far nulla? O meglio, non dobbiamo far nulla?

Perché dall'altro lato vedo moltiplicarsi intorno a me presidi di pace, coscienze intellettuali che iniziano a gridare il loro malessere, libri, spettacoli teatrali, articoli, movimenti che manifestano una vocazione pacifista, un non rassegnarsi alla conclusione freudiana per cui la pulsione di morte è insita nell'animo umano e non ci resta che accettarla.


Tematiche urgenti, fondamentali, eterne, affrontate, ad esempio dalla conferenza–spettacolo "Discorso inaugurale per l'apertura dell'anno 2386 - Sul tema: come si odiava nel XXI secolo" tenuto da Igor Sibaldi lo scorso 13 dicembre a Bari al Teatro Abeliano, nell'ambito della rassegna E.S.T. - Etica, Scienza eTeatro sotto la Direzione artistica di Flavio Albanese e Marinella Anaclerio.

Sibaldi, scrittore, romanziere e studioso di teologia, filologia e storia delle religioni mette in scena un immaginario discorso ai ragazzi universitari dell'anno 2386, invitandoli ad approfondire le usanze dell'umanità del XXI secolo, in cui vi era ancora l'abitudine di farsi la guerra tra Stati per dirimere le questioni o per soddisfare il bisogno di possesso. Igor Sibaldi porta in scena, intervistandoli, quattro eminenti personaggi: Einstein, Freud, Kant e Dio. Ognuno darà la propria versione, ma alla fine si resterà concordi sul fatto che l'umanità del XXI secolo era ancora troppo puerile nel dare ascolto alla massima: "prima il dovere e poi il piacere". Gli uomini e le donne del XXI secolo indulgevano a non dare ascolto ai propri desideri, a ciò che davvero volevano per la propria vita, continuando a dare troppo spazio alla pulsione di morte, piuttosto che alla pulsione di vita, la pulsione erotica che crea attrazione tra gli esseri umani.

È Immanuel Kant, attraverso la rappresentazione di Igor Sibaldi, a raccontare ai ragazzi del 2386 che già nel suo "Per la pace perpetua" (1795) aveva tratteggiato una federazione di Stati repubblicani e il rispetto del diritto cosmopolitico superando lo stato di natura conflittuale attraverso una legalità internazionale.

Tra l'altro, è il tema del recente saggio di Tommaso Greco "Critica della ragione bellica" (Laterza, 2025) appena oggi (21.12.2025 n.d.r.) recensito sulle pagine dell'Avvenire da Oscar Iarussi, in cui si ricorda come non sia affatto vero che la guerra appartenga alla "natura" degli esseri umani, e che, invece, sia necessario contrastare la "narrazione" che relega la pace nell’"utopia" o nell’"ideale"; che non c’è nulla di naturale nella guerra, come nella pace, e che sono solo le scelte che vengono compiute dai governanti e da chi li sostiene a cambiare la storia.


Ancora, lo spettacolo teatrale della Compagnia del Sole "Affetti collaterali" di Roberto Scarpetti rappresentato lo scorso 30 novembre al Teatro Piccinni di Bari, per la regia di Marinella Anaclerio, con Stella Addario, Flavio Albanese e Luigi Moretti, che porta in scena "le radici del male del '900", mostrando quali possano essere gli abissi della scienza in tempo di guerra, tutte le volte in cui la scienza, un vero e proprio atto umano, continua ad essere piegata dall'umanità contro sé stessa.


Davvero dobbiamo rassegnarci alla guerra? E perché non rassegnarsi alla pace? Perché non abbandonarci ai desideri piuttosto che ai doveri? L'unica cosa che mi pare certa è che non dobbiamo rassegnarci a parlarne. Non possiamo non discuterne, non aprire dibattiti, non creare presidi di pace, non alimentare quella pulsione di vita che ci appartiente, quel bisogno di cooperazione, piuttosto che di competizione, che può salvarci.

Questo articolo va in quella direzione.

Mi aspetto commenti, interazioni, voglia di parlare, magari di entrare in conflitto ma per risolverlo attraverso la parola, il linguaggio, l'unica vera invenzione umana. Giacché prima della parola non c'era nulla:

"In principio era il verbo".

Buon Natale di pace a tutti.








 
 
 

1 commento


mari.anaclerio
21 dic 2025

Caro Alfredo, la tua analisi coglie perfettamente quello che con urgenza va ribadito ogni momento del nostro tempo.

Il potere ci vuole incoscientemente succubi di una narrazione che è pura manipolazione della realtà. Va testardamente smontata la narrazione che il potere fa della realtà, se vogliamo sopravvivere a questa folle corsa verso un conflitto mondiale!

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